prologo

Pioggia. Acqua che scorre su di me come fiume. Un inteso bagliore alle mie spalle, mentre il cielo sembra spaccarsi in due, sotto la forza di quella notte di burrasca, sotto quelle nubi che, come la mia mente, non trovano pace.
Mi volto, quasi meccanicamente. Fisso con occhi contratti quello stralcio di porticato, o meglio quello che ne rimane, fredda pietra erosa dal tempo e dalla passione. Non posso fare a meno di ammirare le corolle di gelsomino, di quel particolare colore celeste, ed il mio sguardo, spaziando oltre ciò che i miei occhi vedono, percepisce qualcosa che solo i miei sensi ancora distinguono. Memorie. Non volevo più averne, non volevo lasciare spazio a ricordi di alcun tipo. La sofferenza che essi lasciavano nel mio essere era indescrivibile: una mano che stringe il mio cuore senza pietà, una tenaglia che mi avvolge senza lasciarmi respiro. Ma quei fiori erano il memento del mio passato, una delicata macchia che aveva marchiato per sempre il mio io.
Chiudo gli occhi, abbandonandomi al tepore di quei pensieri, perdendomi nell’oscurità di quella notte di tempesta.
“In autunno il loro profumo è decisamente più intenso” Quella voce, che ben conoscevo, mi ridesta dal mio torpore. Voltandomi la vedo. Non mi osserva, il suo sguardo è posato sul bocciolo che stringe fra le mani, giocherellando con i suoi petali, assorta in chissà quali pensieri che mi escludevano, momentaneamente, dal suo presente. I suoi capelli sono raccolti in una treccia che sottolinea ancora di più i suoi lineamenti, dolci ma al contempo severi.
“Sono venuto qui d’impulso, non ero certo di trovarti…” le parole mi escono a fatica, non per l’emozione, ma per il disagio che quella situazione stava creando. Lei lascia cadere il gelsomino, congiungendo le mani al petto.
“Voglio solo una risposta” aggiungo, con una spavalderia che non mi è propria. “C’è una sola risposta. Puoi porre tutte le domande che desideri, sai benissimo cosa ti risponderò.” il suo sguardo è gelido, quasi spettrale. I suoi occhi si posano su di me come lame pronte a distruggere ogni mia difesa, “I patti non erano questi.” Aggiungo. Ormai sono pronto a rischiare ogni cosa, non ho più carte da giocare, sono sconfitto. Vedo il suo volto contrarsi.
“Non sei nella posizione di dettare regole. I tuoi sentimenti stanno prendendo il sopravvento sulla tua ragione.” Vedo il suoi occhi vagare altrove, come se io non fossi degno di completa attenzione. Stringo i pugni, acceso dalla rabbia e dal disprezzo che provo verso me stesso.
“So che quello che provi. L’odio non ti servirà a giustificare le mie azioni. Puoi pensare che le mie bugie siano solo un pretesto. Sono necessarie, lo sono sempre state.” Il tono della sua voce mi sembra così distante, a tratti non è la persona che conoscevo, non è chi pretendevo di conoscere come me stesso.
“Mi hai portato via quel poco di umanità che mi restava. Hai distrutto tutto quanto, in pochi secondi. Perché? “ ansimo ormai. La mia vista si offusca.
“Non ho fatto nulla. Ti sei adagiato su di me, come se fossi la tua ancora di salvezza, cercando un equilibrio ancora più precario di quello a cui eri abituato.” La vedo sospirare ed abbassare il capo.
“Ho cercato di darti uno scopo, per quanto inverosimile e assurdo fosse. Ho cercato di farti risorgere dalle tue ceneri. Ma…” si interrompe, forse per cercare parole che mi ferissero più profondamente. “Non ti ho mai chiesto di avvicinarti a me, non così tanto. Tu non hai idea di quello che è accaduto, tu non puoi comprendere i miei ideali, i miei principi, il mio scopo.” il suo viso si rilassa ed emerge quello che può sembrare un sorriso, sebbene sia molto lontano da ciò cui mi aveva abituato.
Non riesco a ribattere le sue parole. La sofferenza cresce sempre di più dentro di me, mi dilania, contorce le mie membra. Crollo esausto in ginocchio, mani a terra, sorreggendomi come meglio posso.
“Ideali? Quali ideali?!” la mia voce è stridula, non la riconosco. Sento i suoi passi avvicinarsi. Il suo profumo è sempre più vicino. Alzo lo sguardo, cercando disperatamente qualcosa, senza tuttavia trovarla. Si china verso di me ed io sento di perdermi nei suoi occhi.
“Qualcosa che tu non puoi comprendere. Una responsabilità che troppi tendono ad ignorare, un compito che nessuno vuole ricoprire, una verità che essi temono ma che va svelata.” Cerco di comprendere le sue parole, senza successo.
“Le mie menzogne proteggono quella verità. In tutti questi anni non ho fatto altro che proteggerla come meglio ho potuto” si risolleva lentamente, in attimi che a me sembrano un’eternità.
“Come posso capire, come posso perdonarti, se non vuoi farmi avvicinare a questa verità?” sono ormai disperato, il mio orgoglio si è annientato.
“Non ho mai detto di volerti coinvolgere in tutto questo. Stai lontano da me, vivi in quell’illusione di felicità che ti sei costruito.” Si allontana da me ed i suoi occhi sono sempre più fermi e gelidi.
Mi sporgo verso di lei, il mio braccio cerca la sua mano, ma non trova altro che il vuoto, poiché lei continua ad allontanarsi, delimitando un divario insormontabile fra di noi.
“Non hai il diritto di dirmi ciò che devo fare” mi rialzo, colto da nuovo e straordinario vigore. Lei si volta, verso di me. Il suo volto sembra più rilassato. La sua espressione è senz’altro più dolce.
“Sta bene. Non è stato un tentativo così vano” la sua voce sembra meno severa, ricordandomi giorni più felici, anche solo in apparenza.
Si allontana, la pioggia la fa apparire come una figura confusa, irreale. Ed in un attimo un altro lampo squarcia il cielo, svuotandomi di ogni mio pensiero, di tutto ciò che conosco, lasciandomi solo un nome: il suo.

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