capitolo 1 : movimento 2

La mia anima è variabile come questo cielo, fluttuante come il vento che mi accarezza il viso, in quest’isola che tutti cercano di ignorare, che nessuno ha mai cercato di fare propria. A volte ho cercato una spiegazione, senza mai trovarla. Mi sono chiesta perché Havernorth, così vicina al continente, così verde e accattivante, così misteriosa e ricca di meraviglie. Questa situazione era davvero impensabile, era come se l’isola stessa incutesse timore nei cuori di coloro che volevano bistrattarla della sua libertà, della sua sovranità. Vi erano state numerose lotte intestine, anche se non posso parlare di rivolte politiche o guerre civili, negli ultimi decenni; nonostante le varie fazioni la vita scorreva tranquilla, almeno in superficie. La maggior parte della popolazione era costituita da marinai, artigiani, qualche borghese facoltoso ed alcuni esponenti della nobiltà locale. Io rientravo in quella categoria dominante che si occupava principalmente di tenere in vita il precario equilibrio economico della comunità. Mio nonno è l’anziano Perelle Forneau, rispettato librario, uomo dalle numerose virtù, ma privato della capacità di non investire i suoi ristretti guadagni in attività incerte. La piccola bottega di famiglia godeva di una certa fame, anche presso la famiglia reale, ed era per questo motivo che mia madre era stata assunta come governante di palazzo. La vedevo raramente e con mio rammarico potevo vederla brevemente, quando le era concesso tornate a casa. Vivevo con mio nonno che, nonostante l’impegno e la bontà dei suoi gesti, non era del tutto a suo agio nel crescere una fanciulla. Da lui non avevo preso molto, probabilmente solo la passione per la lettura. Non parlavamo molto, ci limitavamo a sederci l’uno al fianco dell’altra, leggendo in silenzio, badando a non disturbarci a vicenda. I nostri discorsi si concentravano principalmente sulle nostre letture, consigli, ammonizioni, ma si estendevano saltuariamente al quotidiano. Ogniqualvolta cercavo di raccontargli qualcosa della mia vita, lui la ponderava e la comparava a quella dei suoi personaggi, rendendomi quasi del tutto estranea a quei ragionamenti. A volte temevo che mi considerasse una semplice presenza, un’ombra sulle pagine che sfiorava con perizia, ma con distacco. Non ne soffrivo, ma avrei voluto convincerlo che conoscendomi meglio avrebbe potuto cambiare il punto di vista delle sue osservazioni.
Le mie giornate erano assorbite da quella routine che avevo realizzato, con spasmodica cura. Considerando le mie aspirazioni di musicista, mio nonno e mia madre erano più che propensi ad incoraggiare il mio interesse, iscrivendomi all’unica scuola di musica dell’isola, fortunatamente allocata in città. Trascorrevo le mie mattine in quelle polverose aule, cercando di concentrarmi sul suono prodotto dal mio strumento, evitando il chiasso o le melodie degli altri studenti. Non ero la studentessa migliore dell’accademia, ma neppure la peggiore. C’era qualcosa in me che mi limitava a delle azioni meccaniche, forse perché anche io dovevo trovare qualcosa che agisse da musa, da ispirazione, per slegare quelle corde che tenevano imprigionata la mia anima musicale. Ero certa di non voler rinunciare, ma che senso aveva suonare qualcosa che non poteva coinvolgere i propri sentimenti, la propria sensibilità?
Continuavo ad ossessionare, con domande simili, il mio più caro amico, Laurel Kern, l’unica persona che non pretendeva di ottenere da me delle risposte coerenti alle sue domande. Laurie, come io ero solita soprannominarlo, era il figlio del fornaio vicino alla scuola che frequentavo. Era maggiore di me di qualche anno, anche se non lo dava a dimostrare. Ogniqualvolta idee balorde stuzzicavano la mia mente, lui era il mio compagno ideale, l’unico che non si tirava mai indietro. Ciò che apprezzavo di lui erano la sua estrema semplicità, insieme all’acutezza dei suoi pensieri ed all’attenzione in ogni suo gesto. Egli era inoltre un ottimo arciere e l’idea di cacciare nei boschi limitrofi stimolava sempre la mia già vivace attitudine. I nostri discorsi non erano quasi mai vincolanti. Vagavamo senza meta per ore, parlando dei nostri punti di vista su ciò che ci circondava, o spendendo parole senza mai arrivare a nulla di concreto, ma questo non era importante. Laurie non amava leggere, ma era decisamente incuriosito dalle mie letture, cosicché passavamo ore ed ore a discutere sulle trame che gli raccontavo, su eroi ed antagonisti, su eventi e casualità.
Solitamente mi recavo a casa sua dopo pranzo ed allora iniziavano i nostri interminabili pomeriggi insieme, non rendendoci conto di quanto le nostre apparenti differenze creavano un divario sempre più distinto ed invalicabile. Non si trattavano di differenze sociali, di età, di sesso o di cultura, ma di ideologie. Io cercavo di mantenermi alla larga dalla politica, da ogni considerazione sul piano sociale. Forse per me era un modo per mantenere l’innocenza della mia gioventù, il desiderio di non cedere alle preoccupazioni dell’età adulta, la consapevolezza di entrare in un vortice di pensieri e di azioni che mi avrebbero travolta senza scampo. Da un lato giustificavo me stessa con la mia immaturità, dall’altro cercavo di convincermi che era meglio evitare di rovinarsi l’esistenza con principi che non mi avrebbero mai portata da nessuna parte. Ma Laurie era diverso. Sentivo crescere in lui una certa tendenza anarchica, giorno per giorno. Inizialmente pensai che si fosse fatto influenzare da cattive compagnie, succedeva spesso del resto, almeno in una società come la nostra. Eppure mi sbagliavo. Le idee che stava coltivando erano inamovibili e fondamentalmente sbagliate: temevo che si sarebbe fatto coinvolgere in qualche azione di cui si sarebbe pentito. Non lo giudicavo uno stupido, ma chi non sa cedere ad una forte tentazione dello spirito, soprattutto se è così vicina alle proprie naturali tendenze?
Cominciammo a discutere sempre più animosamente, accusandoci a vicenda delle nostre prese di posizione: lui mi giudicava inerte, inconsapevole del mondo in cui vivevo; io lo condannavo per l’eccessivo entusiasmo di quei principi che ero certa non capisse, nel loro lato più profondo ed intrinseco. Il nostro rapporto si logorò quasi definitivamente, fino a quando decisi che la mia amicizia non gli era poi così fondamentale. E fu così che inizia a sentirmi veramente sola.
Mi mancavano molto le ore che trascorrevo in compagnia di Laurel, ma non potevo tornare indietro: arrivati a quel punto un riavvicinamento sarebbe stato dannoso per entrambi. Cominciai ad uscire sempre più raramente di casa, rifugiandomi in quei libri che mi davano sicurezza e che, nonostante la crescente solitudine, mi tenevano compagnia.
La notizia dell’arrivo di un ospite del nonno mi fece riprendere da quella letargia in cui ero progressivamente caduta. Mi sentivo felice di poter conoscere qualcuno che venisse dal continente, a cui fare domande interminabili su luoghi e persone che non avevo mai visto. Ricordo che non chiusi occhio per una settimana intera e nei giorni precedenti il suo arrivo cercai di riordinare la nostra modesta abitazione, nel modo più decoroso ed ospitale possibile. Man mano che si avvicinava quel fatidico giorno divenivo sempre più inquieta, nervosa e spazientita. Mi ponevo infinite domande sull’ospite, cercando di immaginare la sua personalità e le sue caratteristiche fisiche, ponendomi così tanti se e spaziando con la fantasia. Ero certa di non rimanere delusa dalle mie aspettative, nonostante temessi di avere divagato fin troppo, eppure la curiosità che provavo era qualcosa di decisamente positivo e benefico per il mio umore. I miei pensieri sortirono uno strano effetto su di me: continuando a pensare a ciò che mi avrebbe aspettato non feci caso allo scorrere dei minuti e delle ore ed il fatidico giorno arrivò in un istante.
Quella mattina mi recai di buon ora al porto, cercando di dissimulare il nervosismo con la scusa di dover effettuare i quotidiani acquisti, dimenticando tuttavia la breve lista a casa. Vagavo per le anguste vie del quartiere mercantile, cercando di riordinare i miei pensieri, nel vano tentativo di non mostrare quella fremente emozione che sentivo crescere dentro di me. I colori, i profumi di ciò che mi circondava inebriavano la mia mente, rapita da quel tumultuoso moto di idee e fantasie. E fu così che mi ritrovai, totalmente per caso, davanti alla piccola chiesa a ridosso del molo. L’edificio era piuttosto piccolo e mal ridotto ma nonostante tutto era decisamente uno dei miei luoghi preferiti dell’intera città. Chiudendo gli occhi potevo sentire il sapore salmastro del mare, le onde infrangersi sulle chiglie delle navi, il lento fluttuare delle piccole imbarcazioni ancorate al pontile. E l’odore antico di quelle povere pietre, levigate più dal vento che da mano umana.
La chiesa era al di sotto del livello della strada, cosicché la vetrata dell’abside appariva alla stessa altezza dei passanti. I colori di quel mosaico luminoso erano ormai spenti ed in più punti si notava la mancanza di alcuni tasselli di vetro, rubati da qualche irrispettoso o trafugati da qualcuno che potesse pensare a qualche remoto valore. Perfino la croce apposta sul tetto, a tratti crollato o prossimo alla caduta, era lateralmente piegata, come se dovesse sostenere il peso di quella costruzione ormai prossima alla rovina.
Scesi i ripidi scalini che conducevano all’ingresso, reggendomi alle pareti che così emergevano, per evitare di scivolare. Mi fermai qualche istante ad ammirare quel portone, che mi trasmetteva una certa inquietudine, un senso di soffocamento. Si trattava di una porta di bronzo raffigurante alcune immagini piuttosto inusuali: uomini di tale depravazione da essere tramutati in creature demoniache, un’orda quasi indivisibile che si riversava su quella che poteva sembrare una piccola cittadina, dalle alte mura e circondata dal mare: coloro che mantenevano ancora fattezze umane precipitavano in una voragine apertasi tra le acque, inghiottiti dall’abisso. Ai margini della raffigurazione si intravedevano alcune lettere, sbiadite dal tempo e dalla salsedine:

Estote parati


“Siate pronti”. Non ero del tutto certa che si riferisse ad un significato religioso, era fin troppo eloquente e spaventosa. Non erano i demoni o quel senso di perdizione a spaventarmi, quanto quelle parole, così implacabili e neganti ogni alternativa. Appoggiai i palmi delle mani al portone, sentendo il freddo metallo ritemprare la mia fugace ragione. Sospirai e feci pressione sulle ante, spalancando i battenti di fronte a me.
Ci volle qualche istante prima che i miei occhi si abituassero a quella luce soffusa, all’incombente oscurità che si poteva perfino respirare, in un luogo come quello. La navata centrale era costeggiata da una fila di esili colonne, ed un logoro tappeto rosso ne ricopriva le scure pietre del pavimento. Ai lati si ergevano le due pale rappresentanti Sant’Agostino, il patrono della chiesa, la cui saggezza proverbiale si poteva dedurre dalle scene raffigurate su quei posticci dipinti.
La malinconia e quel senso di abbandono stringevano il mio cuore in una gelida morsa, allentata solo da quelle poche candele che, nonostante la generale incuria, si stagliavano timide in quell’incombente oscurità. Avanzai a grandi passi vero l’altare, ove vidi una figura inginocchiata ed assorta in preghiera. Ne riconobbi le fattezze e mi avvicinai in silenzio, desiderosa di non disturbare. Mi inginocchiai a mia volta, anche se non avevo nessuna intenzione di raccogliermi in preghiera. Non ero mai stata una buona cristiana, probabilmente perché non riuscivo a credere in qualcosa di cui non riuscivo a capacitarmi, qualcosa di talmente astratto che non avrei saputo descrivere, né con un profumo, né con un’immagine.
“Buongiorno Aenid”.
“Buongiorno a voi padre Kreuz (6).” Risposi sfoggiando un lieve sorriso.
Padre Kreuz era una persona che mi metteva una certa soggezione, forse perché nonostante le sue esperienze ed il suo buon senso mi sembrava così giovane, non lo consideravo tanto più vecchio di me e, nonostante non sapessi la sua vera età, il suo vero nome o le sue origini, sentivo che il mio giudizio non doveva essere poi così sbagliato. Mi fissava intensamente, con i suoi occhi chiari, di ghiaccio, con quello sguardo che sembra tagliarti l’anima in minuscole parti, per poi ricomporla a suo piacimento. Era un manipolatore e mi metteva a disagio, eppure a volte avevo bisogno di parlare con lui, come se fosse l’unica persona che potesse “aggiustare” i miei pensieri e dare loro istruzioni su come riprendere la retta via. I suoi capelli rossi erano pettinati con semplicità ed erano probabilmente l’unico tratto ribelle, in una persona così perfettamente stabile e controllata, nella meno emotiva e più razionale che abbia mai conosciuto. Si alzò prontamente, riassettando la veste nera e scostando con innata grazia la polvere che si era accumulata a contatto con il pavimento. Non mi osservava con sorpresa: il suo sguardo così inerte ma al contempo così attento e vigile non mi dava tregua.
“Una visita decisamente inaspettata” mormorò, aggiustandosi gli occhiali che contribuivano a rendere il suo viso ancora più tetro e in apprensibile.
“Non intendevo disturbarvi, mi sono fermata per salutarvi” mentii e lui se ne accorse immediatamente. Sorvolai sulla sua reazione.
Mi guardò con curiosità. Sapeva di non godere della mia simpatia ed era ancora più certo di sapere gestire la mia impacciata timidezza a suo favore.
Profuse un sorriso malizioso.
“Questa chiesa è molto povera, penso che sia piuttosto visibile. Avrei bisogno di qualche donazione cittadina poiché gli introiti della Santa Chiesa sono così esigui.”
Si sporse verso di me, ostentando quella fermezza e quel rigore di chi crede veramente nella severità della propria professione.
“Vorrei chiedere a tuo nonno se fosse possibile prendere in prestito qualche libro della vostra bottega” mi sentii quasi sollevata da quelle parole. Non lo giudicavo una cattiva persona, ma avevo comunque paura che le voci sulla sua avidità fossero vere e noi non potevamo permetterci simili estorsioni, effettuate nel nome del Dio che i miei cari parenti veneravano con assoluta fedeltà. Annuì e feci per andarmene, quando sentii la sua mano afferrare il mio polso, con una certa forza. “Parlami del tuo problema” la sue parole mi trafissero all’istante. Arrossi, più per la necessità di sfuggire ad una simile situazione che per quello che avrei voluto dire. Non volevo che quel uomo mi umiliasse con la sua aurea di superiorità eppure, da un certo punto di vista, desideravo veramente il suo consiglio.
“Non c’è nulla di particolarmente problematico” risposi, evitando di guardarlo direttamente negli occhi, nascondendo il mio evidente imbarazzo. Di tutta risposta strinse la presa sul mio polso.
Alzai di scatto lo sguardo, provando una fitta di odio in quel medesimo istante.
Mi sorrise più con gli occhi che con la bocca, vivamente compiaciuto della mia reazione, ma solo per pochi istanti. Mi lasciò andare di scatto, senza che potessi quasi rendermene conto.
Arretrai ansimando, incapace di comprendere cosa stava scatenando in me quella persona. Sentivo qualcosa di tremendamente inquietante in lui, qualcosa che mi faceva desiderare una fuga immediata, ma che al contempo mi affascinava immensamente. Indecisa sul da farsi mi voltai e cominciai a correre, ed ad ogni passo sentivo il mio furore svanire.
Assorta nei miei pensieri vagai per i vicoli del porto, rapita dal frenetico movimento delle persone che mi circondavano, e senza quasi rendermene conto giunsi di fronte alla taverna di McFox, famosa per aver perfino ospitato Lord Nelson (7), grande vanto dei proprietari che si erano contesi, nel passare degli anni, quel lugubre e trasandato edificio come se fosse la vera perla dell’isola. Mi soffermai qualche istante sulla scolorita insegna che, a causa delle intemperie o meglio dell’incuranza, pendeva gravemente sulla sinistra. Pensai che quella povera volpe non fosse affatto l’orgoglio della sua specie, ne risi quasi cercando di vederne almeno un lato positivo.
Nonostante fossi piuttosto annoiata e distratta ci volle qualche istante prima che mi rendessi conto che qualcuno stava cercando di richiamare la mia attenzione, strattonando il primo strato del mio consunto abito.
“Buongiorno Aenid!” la sua voce vibrava come una campanella, raggiungendo toni così acuti da poter quasi infrangere perfino il più profondo raccoglimento. Riconobbi immediatamente la mia piccola amica che incontravo quasi tutti i giorni al termine delle lezioni quando, immersa nei miei mille pensieri, girovagavo nei pressi della battigia, per assaporare il mare che tanto amavo, in tutta la sua grandezza, con ogni mio senso. A volte pensavo che le mie origini inglesi (8) fossero un gioco del destino: non ero poi così diversa dagli antichi greci che erano fatti di terra e mare; bastava l’oceano per farmi sentire a casa e senza di esso mi sarei sentita persa, smarrita come coloro che erano stati costretti ad abbandonare il mare per andare incontro all’ignoto (9). Alexandra, questo era il suo nome, era solita girovagare per le vie del porto da quando aveva perso entrambi i genitori in tenera età, a causa di una tremenda epidemia di febbri tropicali (10) scatenatasi alcuni anni prima, che aveva decisamente decimato la popolazione dell’isola. Viveva di espedienti e sebbene molte persone avessero cercato di aiutarla, offrendole un tetto e di che sostenersi, non aveva mai pienamente accettato l’aiuto di nessuno. Preferiva guadagnarsi il pane, era solita dire, piuttosto che sentirsi in debito con dei perfetti sconosciuti. A volte mi chiedevo se mi considerasse un’estranea, anche se ormai ci conoscevamo da diverso tempo.
“Buongiorno Alex” mi chinai verso di lei, sebbene quel gesto apparisse un po’ goffo e forse esagerato. Lei storse il naso, come per farmi intendere che non dovevo più considerarla una bambina, ma un’adulta, al mio pari. Sorrisi per alleggerire quel minimo di tensione che si era creata.
“Non pensavo proprio di incontrati oggi! Guarda che meraviglia!” la vidi frugare velocemente nella sua logora bisaccia, estraendo due piccole mele di un intenso rosso rubino. Me ne porse una con dolcezza e attenzione, come se mi stesse offrendo un oggetto preziosissimo e dall’estrema fragilità. Accettai con un cenno del capo e, avvicinandomi verso di lei, raccolsi tra le mie mani il frutto.
“Me le ha regalate un passante, giù al porto.” Si voltò verso l’area in cui erano soliti sbarcare marinai e mercanti, il cuore vero e proprio del molo.
“Secondo me deve essere uno stupido, non si fanno regali a gente come me” si sedette con agilità su una pietra che sporgeva orizzontalmente dal muro della locanda e, con innata spontaneità cominciò ad assaporare avidamente il suo bottino. “Non c’è bisogno di particolari motivazioni per fare un regalo…” la mia risposta parve un po’ forzata e non la convinse affatto.
“Beh, come ti dicevo non pensavo di trovarti qui, devi incontrare qualcuno?” la sua espressione si fece maliziosa e mi fece pensare che quella ragazzina fosse fin troppo matura per la sua età.
“Si, in un certo senso...” si sporse ancora di più verso di me; i suoi occhi mi fissavano ora maliziosi ora stupiti. Alex mi conosceva fin troppo bene ed intuì che probabilmente stavo mentendo.
“Sto attendendo l’arrivo di un ospite di mio nonno, starà con noi per qualche tempo” aggiunsi, voltandomi e nascondendomi il viso tra le mani, per evitare il suo sguardo compiaciuto mentre arrossivo.
“Un ospite? Che aspetto ha? Come si chiama?” compresi solo le prime tre domande della lunga serie che cominciò a pormi, mentre chiedevo anche io a me stessa il motivo per cui non mi ero mai interessata a simili curiosità. Conclusi che avrei dovuto, poiché non aveva nessuna indicazione su come riconoscere il mio ospite. Sapevo solo il suo nome, ma al momento non riuscivo a ricordarlo.
Scossi la testa, rassegnandomi alla mia stupidità. Alex mi parve delusa.
“Va bene, ci penso io. Dividiamoci l’area. Io andrò a cercare nei vicoli a ridosso del molo, tu controlla la zona della spiaggia e delle locande!” arrossii lievemente, colpita dalla dinamicità di quella bambina e dalla mia incapacità di organizzarmi meglio. Dopotutto quel incontro si era rivelato decisamente positivo.
Partì di gran carriera, allontanandosi nella piccola folla che animava le viuzze del porto. Sospirai e mi incamminai verso la spiaggia che distava solo pochi metri da dove mi trovavo. Osservai con cura ogni persona che incrociava il mio sguardo, che si poneva sul mio percorso, ma nessuno pareva convincermi. Cercai di lasciarmi alle spalle la mia esemplare timidezza, chiedendo informazioni ai passanti, cercando di sapere se qualcuno aveva chiesto della libreria del nonno o se semplicemente era sbarcato nel giro di qualche ora. Non ottenni risposte positive e, apparentemente delusa, mi recai nuovamente al punto in cui io ed Alex ci eravamo lasciate.
E fu in quel momento che li vidi giungere a passo cadenzato verso di me.
Ed in quel istante capì che tutte le mie presupposizioni erano sbagliate. Quella persona, dai capelli di un biondo quasi cinereo, dallo sguardo intelligente ma malinconico, abbigliata in un pastrano nero che rendeva la sua figura così funebre, non era affatto ciò che mi aspettavo di vedere. I suoi occhi scuri si posavano su di me, scrutandomi con curiosità. Cercai di essere il più cordiale possibile, sorridendo e porgendogli la mano, presentandomi con calore.
Si chiamava Julien, come avevo fatto a dimenticarmi di un nome così semplice?
Mi congedai da Alex con un cenno, sapendo comunque che la sua curiosità l’avrebbe spinta a seguirci, seppure per pochi passi. Cercai di istaurare un minimo di conversazione con Julien, senza avere molto successo. Mi sentivo decisamente stupida, ogni mio tentativo doveva sembrargli ridicolo e cominciai a vergognarmi di quella leggerezza che, inconsapevolmente, gli stavo trasmettendo. Arrivammo infine alla bottega del nonno, ove Julien si presentò formalmente ed io potei un po’ rilassarmi.
Perelle scambiò qualche chiacchiera con lui, ma non ci feci caso. Cercavo di studiare quella persona così particolare. Potevo sentire un’innata malinconia in lui, come se rimpiangesse enormemente qualcosa di lontano, di perduto, ma al contempo sembrava in fuga da qualcosa che probabilmente continuava a seguirlo, a tormentarlo senza tregua. Provai compassione per i suoi occhi freddi e tristi, eppure in alcuni istanti provai quasi ribrezzo per quello stato d’animo e pensai che non avrei mai voluto diventare come lui, trasformarmi in un’ombra di me stessa. Non osavo chiedergli nulla, non volevo indagare sulla sua vita. Ognuno di noi ha un segreto.
Lo accompagnai alla sua stanza, ricavata dal vecchio solai nel quale tenevamo alcune cianfrusaglie. Avevo cercato di rendere la camera il più accogliente possibile ed ero certa di esserci riuscita.
Mi congedai da lui con un sorriso, felice di allontanarmi da una presenza che mi rattristava così tanto, che mi faceva pensare più del solito.
Corsi verso il terrazzo, alla ricerca dell’unica cosa che aveva il potere di riordinare la mia mente: il mio piano. Mi sedetti, respirai profondamente, distesi le mani sulla sua superficie fredda e liscia, ma non suonai. Chiusi gli occhi e pensai. Ascoltai le voci della città, mischiandole al silenzio della mia mente. Ripercorsi ogni istante di quella giornata. Pensai a cosa avrei potuto fare per quella persona, perché ero certa che avrei potuto aiutarlo, con i miei mezzi. Ma in quale modo?
Vagliai molte ipotesi ed infine scelsi quella che trovai più adatta, sebbene non fossi poi così convinta della sua attuazione: avrei cercato di mostrargli quello che c’era di buono in quel piccolo angolo di mondo, avrei cercato di liberare la sua anima dalla prigione che si era costruita. Avrei liberato le sue ali perché si librassero ancora in volo. Sorrisi, compiaciuta di me stessa. Ed allora le mie dita cominciarono a suonare.
Trascorsero diverse ore da quando mi ero seduta al pianoforte. Era ciò che succedeva ogni volta che avevo bisogno di abbandonarmi alla mia musica, anche se non mi apparteneva del tutto. Non ero ancora in grado di creare qualcosa che sentissi veramente mio, qualcosa che scaturisse veramente dai miei sentimenti e non dal mio intelletto: la musica doveva sfiorare le corde dell’anima, sollecitare il cuore e le sensazioni di chi l’ascoltava; la perfezione non doveva scontrarsi con il piano emotivo, ed era per questo motivo che non apprezzavo particolarmente quelle melodie che, dal punto di vista metrico e melodico, erano da sempre considerate dei capolavori.
Suonai a lungo, accompagnando il sole nel suo lento declino, salutando con arie leggere le piccole stelle che rendevano la notte un po’ meno tetra. Sentii dei passi, ma continuai nella mia opera: era come comporre un incantesimo con dedizione e concentrazione.
Il mio ospite si avvicinò al pianoforte, quasi ammaliato dalle note abbozzate che lo strumento produceva. Una leggera brezza gli sfiorava i capelli ed io mi sentii quasi imbarazzata dalla mia esibizione; solitamente suonavo solo per me stessa, ed era così difficile lasciare che altri ascoltassero le mie melodie, scoprire in un certo senso una parte così intima del proprio essere.
Quando la musica cessò egli mi porse alcune domande, di circostanza forse, ma vidi in lui una certa volontà, se non cortesia, di accorciare le distanze che si stavano progressivamente creando tra noi. Pensai che non sarebbe stato facile conquistare la fiducia di quella persona, ma ormai avevo preso la mia decisione e non potevo assolutamente indietreggiare. Avevo ancora qualche faccenda da sbrigare prima di cena e cercai di congedarmi, prima che la conversazione si facesse fin troppo esigua e che quel tentativo di avvicinamento si trasformasse in un completo fallimento. Sorrisi e lasciai la terrazza.
Ciò che avvenne in seguito non è poi così degno di nota. Preparai distrattamente le pietanze per cena, cercando di impegnarmi nel cucinare qualcosa di edibile, nonostante la mia scarsa attitudine culinaria. Il nonno leggeva il giornale con svogliatezza, non prestando molta attenzione ai miei preparativi.
Quando tutto parve pronto uscii dalla cucina, salii le scale che conducevano al piano superiore, per poi dirigermi verso il solaio, per chiamare Julien. Pronunciai il suo nome un paio di volte ma non udì nessuna risposta. Riprovai nuovamente, con minore convinzione, ma non ottenni ancora nessun riscontro. Cominciai a preoccuparmi per la sua assenza e corsi a perdifiato per la scalinata, irrompendo nella sala in cui il nonno stava ancora dedicandosi alle sue letture.
“Nonno, il nostro ospite…non c’è!” la mia voce era piuttosto flebile, affaticata da quella corsa improvvisata.
Perelle si aggiustò gli occhiali sul naso e mi guardò senza convinzione.
“Sta tranquilla, vedrai, sarà qui nei dintorni, si sentirà stanco per il viaggio ed un po’ d’aria non potrebbe che fargli bene.” Eppure sentivo poca convinzione in quelle parole. Doveva essere preoccupato quanto me.
Nonostante quello che dicessero le fonti ufficiali, Havernorth non era un’isola poi così tranquilla. L’attuale regime non era ben visto da alcuni gruppi e molti movimenti filo-anarchici si stavano sviluppando sempre più, dando del filo da torcere alle guardie reali ed alla polizia locale.
Attendemmo in silenzio per minuti che a me parvero interminabili. Vidi il nonno passeggiare per la stanza, a grandi passi, per ingannare più la sua preoccupazione che il tempo. Lo vidi soffermarsi davanti alla finestra del salotto più volte, fino a quando non decise di attendere sull’uscio di casa.
”Aspetterò fuori” non mi diede molte spiegazioni, eppure quelle parole erano un invito a restare all’interno dell’abitazione. Annuii con il capo, obbedendo a quel consiglio, ma tenendomi pronta con una candela tra le mani, nel caso in cui se ne fosse avuta la necessità.
Mi avvicinai quindi all’ingresso, tenendomi ad una certa di stanza.
Dopo pochi minuti visi una figura avanzare verso di noi, nell’oscurità, camminare rasente il muro, con passo incerto. Era lui.
Il nonno gli corse incontro, chiedendogli spiegazioni su quella uscita senza preavviso, su ciò che gli era successo. Lo aiutammo a rientrare in casa, sostenendolo a noi e medicandogli i graffi e lividi che la sua breve avventura gli aveva arrecato.
Il nonno continuava a porgerli domande, ottenendo solo brevi risposte, quasi scontrose, almeno fino a quando egli rivelò il nome di colui che lo aveva assalito: Siegfreid.
Sapevo che quel individuo affascinava il nonno, per le sue azioni, per la sua smisurata presunzione. Julien parlava di lui con astio, eppure potevo notare qualcosa di diverso nel suo sguardo, una flebile scintilla di vita, qualcosa che non era del tutto svanito in lui. Mi sentii sollevata da quella reazione, nonostante non fosse affatto positiva. Gli fornì qualche informazione su Siegfreid, evitando tuttavia il suo sguardo: non volevo che si sentisse incoraggiato nello sfidare qualcuno così pericoloso, qualcuno che non avrebbe esitato nell’eliminare ogni ostacolo, ogni impedimento alla realizzazione del suo scopo.

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