Se questo fosse un diario, non potrei che citare fatti riguardanti unicamente le mie esperienze. Dopotutto lo è, poiché il mio punto di vista condiziona i fatti, o per essere precisi il modo in cui mi appresto a raccontarli. Non è solo la mia vita che delimita una sottile linea di confine, tra ciò che è stato e ciò che sarà, ma bensì il continuo intrecciarsi delle vicende di coloro che ho conosciuto, dei loro nomi, dei loro gesti; volti che so identificare, visi che celano anime che in realtà non conosco. Maschere.
Il mio nome è Julien Garland. Nonostante il nome possa trarvi in inganno non sono affatto inglese. Le mie origini sono radicate nella soleggiata Marbella, ove mio padre possedeva un discreto patrimonio, costituito principalmente da un piccolo vigneto e da alcune barche che ci garantivano un certo primato sul commercio ittico della zona. Non eravamo ricchi nonostante mia madre cercasse di smorzare il nostro austero tenore di vita dando feste e banchetti, per la piccola nobiltà di Malaga che ci considerava più un “fenomeno da baraccone”, una fonte di divertimento fine a se stesso, che borghesi degni della loro “sublime” compagnia. Mio padre, Alfonso, era un uomo semplice, poco tollerante alle beffe, soprattutto se rivolte verso di lui. Era un uomo tenace, costante, perfezionista, tanto da voler prendere parte, personalmente, alle pesche più importanti e pericolose, finché un giorno non fece più ritorno: il mare che tanto aveva amato lo aveva stretto, nel suo azzurro abbraccio, per sempre. Per me fu un duro colpo. Mio padre era l’unico amico che avevo, il mio confidente, il mio compagno di avventure. La mia attitudine, così riservata ed in un certo senso sfuggevole, mi aveva allontanato dai miei coetanei al punto da farmi sentire completamente isolato e straniero nella mia stessa casa. Mi rifiutavo di parlare con chiunque cercasse di avvicinarmi. Il mio orgoglio e la mia rabbia aumentavano la frustrazione che provavo, giorno per giorno, contribuendo a farmi diventare una persona scostante, a tratti violenta. Giunsi ad odiare mia madre, soprattutto quando mi presentò colui che sarebbe diventato il suo nuovo marito. Non odiavo lui, detestavo lei, per quel tradimento, per la leggerezza che dimostrava nell’essersi scelta un nuovo compagno, un rimpiazzo, un fantoccio dalle buone maniere, interessato solo a quel misero patrimonio che lei poteva offrirgli, cieco e bramoso di denaro.
Non credo di essergli mai stato antipatico, ero pressoché inesistente ai suoi occhi. Non riesco a ricordare neppure un’occasione nella quale abbia cercato di avvicinarsi a me, se non quella sera in cui mi propose di arruolarmi nell’esercito, al servizio di sua maestà la regina Isabella. Non riuscivo ad immaginarmi paladino della nazione, intento a difendere a spada tratta la monarchica Spagna contro anarchici contadini e folli repubblicani. Tuttavia accettai, Dio solo sa per quale motivo.
Nel 1868 mi trasferii a Madrid, con poche certezze e nessuna convinzione. Cos’è un soldato senza ideali? Un contenitore vuoto, un fucile senza munizioni, un’asta solitaria che ha perduto la sua bandiera. A causa del mio scarso entusiasmo venni subito impiegato in azioni di rappresaglia, proprio contro quei contadini tanto simili a coloro con i quali avevo vissuto, diviso il pane ed i miei sogni di bambino. Era una vita insopportabile ed il mio cuore stava diventando sempre più arido, finché giunsi a non provare più nulla. La guerra porta ad alienare completamente l’essere umano, riducendolo ad un’ombra di se stesso; negli occhi dei mie compagni non riuscivo a scorgere nulla, come se la loro anima si fosse spenta, come se le loro emozioni si fossero sciolte, come neve al sole.
Rosse chiazze su quel candore. Sangue. Morte. Io stesso mi sentivo imbrattato di quel fetore che è proprio dei cadaveri. Il mio corpo era vivo, un involucro senza più forma o sostanza.
Disertai. Vagai per giorni, forse mesi. Se mi avessero preso sarei stato giustiziato, ma poco importava, non ero forse un fantasma, uno spettro di me stesso?
Vivere come un reietto, costretto a predare chiunque, ad infierire ancora di più sulla mia dignità: non potevo più accettarlo. Mi decisi a rischiare la mia vita un’ultima volta, tornando a casa, implorando me stesso di essere più ipocrita ma decisamente più amabile.
Mia madre non mi accolse a braccia aperte. Mi pregò di allontanarmi da lei, di non presentarmi più al suo cospetto. Io non ero suo figlio. Potevo avere il suo stesso nome, il suo aspetto, la sua voce, ma non ero affatto lui. Lei cercava di negare perfino l’inevitabile; la verità fa male, come un pugnale conficcato nel petto.
Presi le poche cose appartenute a mio padre che lei giudicava di poco valore e decisi di recarmi nel suo paese natale: Havernorth (
1), un’isola di discrete dimensioni posta ad ovest dell’Inghilterra, non molto lontana dalle coste anglo-sassoni, ma orgogliosa di non essere mai stata sottomessa da nessuna nazione, prode della sua sovranità.
Giunsi ad Havernorth nel 1870. Non ricordo molto del viaggio che mi condusse fin lì. Ero caduto in una sorta di letargo, in uno stato catatonico da cui uscì solamente al mio arrivo che avvenne in un soleggiato giorno di maggio.
Scendendo dalla nave mi sarei aspettato di vedere quel ambiente che caratterizzava tanto l’Inghilterra, ma in un certo senso c’era qualcosa, in quel luogo, che mi ricordava la mia Marbella. Strinsi i pugni, per soffocare quella strana sensazione, e prosegui, a testa bassa, per le intricate stradine del porto. Temevo di perdermi in quel labirinto di viuzze e vicoli. Mi fermai varie volte, cercando di fissare dei punti di riferimento, di ricordare se ero già passato da quelle parti. Scrollai il capo rassegnato: la mia avventura ad Havernorth aveva già preso una piega spiacevole. Mi sedetti su un masso piuttosto instabile, scostando il pastrano, fin troppo pesante, che indossavo, cercando di inspirare profondamente nel tentativo di calmare l’ansia che sentivo già crescere dentro di me.
Presi la testa tra le mani, massaggiandomi vigorosamente le tempie. Non potevo permettere che il panico mi assalisse anche in quella circostanza.
“Signore, avete bisogno di aiuto?”
Sentii quella voce fanciullesca e mi ridestai improvvisamente dalle mie assurde meditazioni. Alzai il viso e notai che avevo di fronte a me una ragazzina di non più di dieci anni. I suoi capelli bronzei erano raccolti in due trecce che le sfioravano quel simpatico visino pieno di lentiggini. Era abbigliata semplicemente, con un vestito piuttosto logoro e rattoppato. Pensai che dovette essere molto povera, ma il suo sguardo la faceva apparire come la più ricca delle principesse. Sorrisi d’impulso, sospirando e reclinando leggermente il capo.
“Grazie, siete molto gentile signorina” risposi, alzandomi e abbozzando un inchino piuttosto maldestro. Lei sorrise e cercando di imitarmi ruzzolò per terra.
Cercai di trattenere le risate, invano.
“Mi chiamo Alexandra. Potete contare su di me, se vi siete perso…” la bambina era certa del fatto che non sapessi dove mi trovassi. I suoi occhi erano acuti, attenti a scrutare la mia reazione.
“Si, effettivamente ho qualche problema di orientamento…” aggiunsi, rassegnato all’evidenza.
“Il mio nome è Julien. Sono lieto di essermi imbattuto in una guida così gentile.” Le porsi la mano, incerto. Alexandra la sfiorò leggermente, ritraendosi poi di scatto, per poi afferrarla con maggiore decisione.
“Dove siete diretto, signore?” chiese, meno spaventata.
“Alla libreria del signor Forneau” risposi, meccanicamente. La serenità che avevo provato, per quei brevi istanti, stava ormai svanendo.
“Ah! Allora è te che cerca!” urlò agitandosi e dimenticandosi ogni forma di buone maniere.
“Si arrabbierà molto se non ti trova, dobbiamo fare presto!” afferrò nuovamente la mia mano destra, trascinandomi verso un vicolo ancora più buio e maleodorante. Mi costrinse ad una corsa frenetica senza possibilità di obiezioni.
Mentre cercavo di evitare spigoli, detriti e lastre sporgenti, provai ad immaginare da chi mi stava conducendo e per quale strano motivo. Havernorth era un luogo tranquillo, almeno così avevo sentito dire.
Giunsi infine, dopo quella frenetica corsa e con il fiato corto, davanti ad una locanda. Alexandra continuava a trascinarmi, non dando ascolto alle mie continue domande ed ai miei eventuali lamenti.
“Ce l’abbiamo fatta!” la ragazzina si fermò, allentando la stretta e dirigendosi verso qualcuno che sembrava conoscere. Da lontano non riuscivo a scrutare chi fosse, mi avvicinai quindi, con circospezione. Non mi fidavo del tutto di quella piccola sconosciuta e, nonostante le voci che avevo sentito sull’isola, non ero del tutto certo che la criminalità fosse…inesistente.
La persona che Alexandra stava cercando si avvicinò a me con passo tranquillo. Era una ragazza di non più di sedici anni; i suoi occhi, di un blu scuro ma al contempo brillante, mi squadrarono con circospezione ma con cordialità e gentilezza. I lunghi capelli biondi le ricadevano disordinati sulle spalle, segno che probabilmente aveva girovagato, senza sosta, per tutta l’area. Era abbigliata semplicemente, con un vestito azzurro di lino che lasciava vagamente intravedere le sue forme, ancora fanciullesche. Rimasi colpito da quella figura che, in un certo senso, somigliava molto a quelle illustrazioni di fate o creature silvane che avevo visto in diversi libri, quando ero ancora bambino. Il suo sorriso era caldo e avvolgente. Mi porse la mano, in segno di benvenuto.
“Voi dovete essere l’ospite di mio nonno. Sfortunatamente non avevo modo di avvertirvi che sarei venuta a prendervi al porto.” Sembrava sincera. Non potei fare a meno di ricambiare la sua gentilezza sfoderando un sorriso imbarazzato ma spontaneo.
“Mi scuso per non avervi aspettata. Julien Garland, lieto di conoscervi” non sembrava irritata da quel piccolo incidente e proruppe in una risata cristallina.
“Nessun problema. Io sono Aenid (
2), ed il piacere è mio” quella scena sembrava divertirla ed io continuavo a sentirmi stranamente in imbarazzo, quasi fuori posto in quel piccolo teatro sul mare.
“Dovete essere stanco, seguitemi, vi condurrò a casa” annuì e la seguii, in silenzio. Mi voltai più volte lungo il percorso, per accertarmi che Alexandra ci seguisse, ma sembrava essersi dileguata in uno di quei stretti cunicoli adiacenti al porto. Non ero decisamente in vena di parlare con Aenid, nonostante cercasse di istaurare un minimo di conversazione, fornendomi sporadiche informazioni su edifici, vie o persone. Ascoltavo con le orecchie ma non con il cervello. Nella mia mente quelle informazioni turbinavano pericolosamente ed ero certo che non mi sarei ricordato molto, l’indomani. Senza quasi accorgermene giungemmo alla bottega di Forneau, una piccola libreria dall’aspetto trasandato ma accogliente. Le vetrine erano piccole e ricolme di libri, tanto da fare solamente intravedere l’interno del negozio. L’insegna, che raffigurava un leone sormontante una colonna di libri riposti sotto una delle zampe anteriori, era piuttosto arrugginita e traballante. Aenid aprì la pesante porta di legno che scricchiolò rumorosamente. L’interno appariva ancora più polveroso dell’esterno. Pile di libri erano sparse ovunque, rendendo il passaggio davvero difficoltoso. Quel ambiente mi metteva inquietudine, forse per la quasi totale oscurità, schiarita da qualche sporadica candela, o per l’odore stantio di chiuso e di “vecchio”, considerando che ero del tutto certo che la maggior parte di quei volumi fossero molto antichi e forse dimore di tarli o chissà quali parassiti. Storsi il naso ma non proferì commento; ero troppo impegnato ad evitare di inciampare o calpestare i volumi cosparsi sul pavimento.
Ci avvicinammo al bancone, una scrivania ampia ma assolutamente insufficiente ad ospitare tutto quello che vi era riposto: libri, fogli, lampade ed altri oggetti di cui non riuscivo ad identificare né la funzione né l’identità. Sentivo qualcuno borbottare ma non riuscivo a capire dove fosse o se la mia immaginazione mi giocasse qualche scherzo. Improvvisamente sentii qualcosa cadere, un sordo tonfo che mi fece sobbalzare. Aenid si mosse velocemente, scavalcando un muro di libri e gettandosi vicino ad un omino che, seduto sul pavimento, si massaggiava vigorosamente una spalla. “Nonno! Ti sei fatto male?” chiese, con un leggero tremore nella voce.
“Ah! Non è neppure qui, dove avrò messo quel libro…” l’uomo aveva una voce squillante, nonostante l’età. Doveva avere più di settant’ anni, il volto incorniciato da una soffice chioma bianca. Indossava un paio di grossi occhiali che gli conferivano un’aria buffa, forse a causa dell’espressione gioviale e simpatica e delle guance rubiconde. I suoi abiti erano scuri e, a causa della scarsità di luce, non riuscivo decisamente ad identificarli. Si voltò verso di me, sistemandosi gli occhiali sul naso.
”Oh, ecco il nostro giovane ospite. Benvenuto!” mi offrì la mano ed ammiccò.
“Buongiorno signor Forneau, è un piacere conoscerla” risposi, cercando di sembrare più entusiasta di quanto in realtà fossi. Ero ancora incerto su quanto potesse giovarmi la permanenza in quella casa, ma ero del tutto convinto di provare a lasciarmi il passato alle spalle. Ero certo di non potermi costruire un futuro, ma avrei almeno provato ad estraniarmi un po’. Avrei cercato di essere diverso, rinnegando me stesso e forse sarei diventato una persona migliore. Avevo quasi trent anni, ero ormai un uomo senza possibilità di cambiare. Il carattere non era già formato? Non si può cambiare quando si è già marcato un certo limite, quando si è convinti di non essere più ragazzi, quando la consapevolezza dell’età adulta si radica indissolubilmente dentro di noi. Non avevo scampo, la mia rovina era già certa, sarei forse riuscito a prolungare questi istanti di apparente pace, nei quali la dimenticanza assorbiva i miei ricordi ed alleviava la mia anima?
“Chiamami Perelle, mio caro. Tuo padre era un mio caro amico, sei come un figlio per me.” Rise fragorosamente, tempestandomi di domande sul viaggio, alle quali risposi meccanicamente, sillabando risposte poco convincenti, piccole menzogne che mi avrebbe salvato da un ulteriore interrogatorio.
Aenid mi condusse nella mia stanza, un piccolo locale nella soffitta del palazzo. Non era molto grande o spaziosa, ma io non avevo grandi pretese ed i miei pochi bagagli potevano essere comodamente disposti nel vecchio armadio e nella credenza disposte vicino al letto. La luce del sole filtrava timida dalla finestra sopra il soffitto, illuminando ulteriormente il candore delle lenzuola. La ragazza mi fece strada, spalancando la porta ed aiutandomi a trasportare alcune delle mie cose.
“Non è granché ma spero che sia a sufficienza.” Disse con un velo di preoccupazione, rassettandosi le vesti dopo aver scaricato l’ennesimo pacco sul pavimento.
“Andrà benissimo” risposi, adagiandomi sul letto, senza badare al fatto che lei fosse ancora nella stanza e che mi guardasse sgranando gli occhi.
“Vi chiamerò per cena, riposatevi pure” annuì, cercando di rialzarmi ma, conscio di aver sfidato fin troppe leggi fisiche, caddi rovinosamente sul pavimento. Rise. Cercò evidentemente di trattenersi, ma senza successo. Arrossì, mentre la guardavo con rimprovero, ma non riuscì a trattenermi e risi a mia volta. Chiuse la porta ed io feci altrettanto con la mia mente. Mi assopii, trasportato da mille pensieri, esausto per il lungo viaggio.
Mi ridestai da solo. Aprì gli occhi e notai il buio quasi assoluto; soltanto un raggio di luna illuminava la stanza, rendendo l’atmosfera tetra, quasi insopportabile. Mi alzai di soprassalto, convinto di stare ancora sognando. Quel luogo mi era estraneo e faticai per alcuni istanti nell’identificarlo. I miei pensieri vennero interrotti dal suono lontano di una musica. Era una melodia lenta, dolce e nostalgica. Mi feci rapire da quelle note ed uscì dalla mia stanza. Il corridoio, stretto ed angusto, era illuminato dalla fioca luce di due candele e si snodava in entrambe le direzioni. Non avevo molta dimestichezza con la casa e, anche se immaginavo che non fosse poi così grande, temevo di perdermi in chissà quale antro. Chiusi gli occhi e mi lascia guidare da quella melodia. Avanzai per non so quanti istanti, forse minuti, forse anni. Ripercorsi con la mente i momenti più significativi della mia esistenza ed il volto di mio padre che, severo ma amorevole, mi guardava speranzoso. Sentii una fitta al cuore ed in quel istante spalancai la porta della stanza da cui proveniva la musica. Un filo di vento mi scosse i capelli e, dalla meraviglia spalancai la bocca, contemplando lo spettacolo che si mostrava ai miei occhi. Da quella piccola terrazza potevo vedere la città disperdersi sotto i miei occhi, le mille luci della sera, piccole stelle che brillavano in quel calmo mare che tanto avevo amato. E, simili a piccole gemme, vidi quegli arbusti che ricoprivano le balaustre del balcone e si arrampicavano sui muri, ricoprendoli con quella rustica cornice profumata. Ed il suono del pianoforte si fece più vivace e profondo e fu allora che notai la mia giovane amica intenta a suonare, con passione, lo strumento adagiato su un piccolo patio, sovrano di quella notte che era tanto bella quanto misteriosa.
Si accorse della mia presenza, ma non ci badò. Continuò a suonare, come se io non esistessi o come se facessi ormai parte di quella terrazza. Non osai avvicinarmi per non spezzare l’incantesimo che si era ormai creato. Attesi in silenzio, scolpendo nel mio cuore quelle note, certo di non poter dimenticare ciò che avevano evocato in me. Una parte di me odiava quello che stava accadendo: era così doloroso ricordare, era così ingiusto pensare a qualcosa che non sarebbe più stato.
La musica cessò ed io mi riscoprii accanto al pianoforte, intento ad osservare la pianista. Aenid mi sorrise, timidamente.
“E’ meravigliosa” abbozzai, con un certo imbarazzo.
“Mi fa pensare a tante cose.” Mi guardò negli occhi, ma sapevo che non era me ciò che vedeva.
“Al ritmo, alla delicatezza…ad un viaggio che mi possa portare attraverso il cielo, scivolare sopra l’arcobaleno, perdermi in un tempo che non c’è più.” Si voltò verso di me e mi sorrise.
“La musica va oltre le parole perché descrive le emozioni in modo che possano essere sempre comprese, da chiunque.”
“Suoni spesso?” era una domanda piuttosto stupida, ma stavo cercando di abbattere quelle barriere che, in un modo o nell’altro, stavo cercando di impormi con questa gente, amichevole ma pur sempre sconosciuta. Potevo fidarmi di loro?
Annuì. “Questa piece solo in sere come questa” distolse lo sguardo, ammirando il panorama.
“E’ una delle mie stranezze” si alzò, guardandomi dubbiosa, poi si voltò nuovamente verso il mare.
“E’ decisamente piacevole, saper suonare, intendo…” in quel momento provai un pizzico d’invidia, io non ero in grado di fare nulla di simile, neppure se mi fossi impegnato più del solito. Non ero mai stato molto amante della musica, forse perché non mi trasmetteva nulla, quella era la prima occasione in cui riuscivo a sentire qualcosa di più forte di un accostamento di suoni a me insignificanti.
“Per molti è un modo come un altro per passare il tempo, non tutti riescono a riversare i propri sentimenti in qualcosa di esterno a loro stessi” rispose, senza distogliere lo sguardo dal cielo. Io non ero in grado di manifestare i miei sentimenti, ammesso che fossi ancora in grado di distinguerli o semplicemente di averli. Mi sentivo un guscio vuoto e non pensavo di essere in grado di accorciare le distanze che mi dividevano dagli altri esseri umani. Annuii senza essere completamente convinto.
“Per me è un modo per avere l’illusione di essere in grado di creare qualcosa di mio, qualcosa di perfetto, almeno per me.” Si voltò e mi illumino con quel suo candido sorriso.
“C’è ancora un po’ di tempo prima di cena e temo di dover sbrigare qualche faccenda. Con permesso…” Avanzò verso di me, con sguardo divertito e, senza dire una parola di più, aprì la porta e scomparve nell’oscurità.
Rimasi assorto nei miei pensieri per qualche istante, per poi vagliare l’idea di fare una breve passeggiata in quel isolato, per familiarizzare con la zona. Rientrai in casa e ripercorrendo il buio corridoio ripensai ad Aenid ed alla sua melodia. “Una stranezza…” sussurrai, incapace di trovare un significato a quel commento. Scesi lentamente le scale, attento a non inciampare e, ritrovandomi al pian terreno cercai di rintracciare la porta d’ingresso.
L’abitazione dei Forneau era un’antica casa di ringhiera, piuttosto trasandata ma ancora in condizioni accettabili, tuttavia avrebbe avuto bisogno di diversi interventi ti manutenzione, commento a cui spontaneamente pensai mentre percorrevo il cortile interno, osservando attentamente la struttura dell’edificio. Non avevo voglia di imbattermi in Perelle, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere dal mio tentativo di “fuga”, quindi cercai di uscire facendo il minimo rumore. Il vicolo su cui si affacciava la casa era piuttosto buio: faticai alcuni istanti ad adattare i miei occhi a quella quasi totale mancanza di luce. Pensai, per qualche istante, che sgattaiolare in quel modo poteva anche non essere una buona idea, ma ero troppo curioso e non volevo tirarmi indietro.
Proseguii lentamente, accostandomi al muro e cercando di non dare nell’occhio. Non sembrava esserci anima viva, tuttavia preferivo evitare cattivi incontri, soprattutto perché ero pressoché disarmato. Camminai, con il fiato corto, per almeno un centinaio di metri, svoltando meccanicamente a destra o a sinistra, non allontanandomi mai più di tanto dal percorso che avevo idealmente tracciato.
Arrivai finalmente in un luogo maggiormente illuminato, una piccola piazza su cui si affacciava una chiesa e due palazzi semi diroccati. Decisi quindi di avventurarmi in quello spiazzo quando sentii dei passi avvicinarsi, sempre più velocemente. Mi accorsi che qualcuno stava correndo nella mia direzione e che probabilmente non era solo. Frugai all’interno del mio mantello, cercando il piccolo pugnale che portavo sempre con me. Lo strinsi saldamente in mano, implorando che di non avere la necessità di usarlo.
Accadde tutto molto velocemente. Vidi un uomo, avvolto in un mantello piuttosto scuro, che procedeva verso di me, seguito da due guardie, le spade tratte alla ricerca del loro bersaglio. L’uomo si fermò di colpo e si parò innanzi a me. Senza dire nulla sguainò a sua volta la sua arma, uno stocco dalla semplice impugnatura, senza possibili segni di riconoscimento. Indossava un cappello a falda larga, pendente sul viso, celante i suoi lineamenti, tuttavia mi sembrò di vedere qualcosa scintillare sotto di esso. Le guardie avanzavano rapide, lanciando fendenti che egli parava senza difficoltà. Una danza pensai. L’uomo misterioso non era solo agile ma aveva anche uno stile formidabile, dall’incredibile precisione e dai movimenti puliti; non potevo notare nessun difetto nei suoi attacchi e nessun spreco nella sua difesa. Rimasi davvero stupito dalla sua abilità, fino a quando dovetti riavermi, poiché le guardie stavano caricando nella mia direzione, probabilmente pensando che fossi coinvolto nel loro scontro.
L’uomo si intromise, facendomi da scudo e respingendo i miei aggressori.
“Maledetto! Non la farai franca anche questa volta!” disse uno dei soldati, ansimando dalla fatica e preparandosi a caricare nuovamente.
“Ah poveri sciocchi. Perché sprecare il vostro tempo in questo modo? Potreste dedicarvi a rattoppare le tende del vostro padrone!.” Rispose l’uomo, sfoderando una risata che mi sembrò quasi esagerata. La sua voce era piuttosto profonda, ma risuonava quasi metallica, quasi forzata. Le due guardie si irrigidirono e, a corto di pazienza, si prepararono a quello che poteva sembrare l’assalto decisivo. Il primo calò un fendente da sinistra, cercando di sbilanciare l’avversario, mentre il secondo si preparò a colpire da destra, tuttavia il nemico si sbilanciò all’indietro, colpendo il primo assalitore alla spalla destra e facendolo sbilanciare in modo che cadesse sopra all’altro che, per evitare di colpirlo, lanciò la sua arma alla sua destra, afferrando il suo compagno al volo.
L’uomo rise ancora, mentre le due guardie cercavano di rialzarsi e, promettendo vendetta, sgattaiolarono via, nel buio. Egli si voltò dunque, verso di me. Non riuscivo a comprendere quali fossero le sue intenzioni e, di riflesso, strinsi ancora di più il pugnale che era rimasto vigile nella mia mano.
Si avvicinò ulteriormente, protendendo la mano destra verso di me. Vidi che indossava un paio di guanti neri, probabilmente di pelle. Accettai la cortesia, stringendo la sua mano e rialzandomi da terra.
“Sei ferito?” mi chiese, ignorando completamente ogni forma di cortesia e cercando di aggiustarsi il cappello, calandolo ancora di più sul viso.
“No, credo di no.” Risposi, indietreggiando di qualche passo e mostrandogli il pugnale che stringevo nell’altra mano.
“Straniero, sei forse intenzionato a combattere con quello? Credo sia l’aria di quest’isola a rendere la gente totalmente stupida.” In un attimo mi ritrovai con la punta della sua spada rivolta verso il mio collo. La leggera pressione che imprimeva su quello strumento mi gelò il sangue, ma cercai di apparire calmo, distaccato. Mi afferrò quindi per il bavero del mio copricapo, spingendomi a se e spostando lo stocco sul mio viso, a contatto con la mia guancia destra. Sentii qualcosa di umido scendermi sul collo, sangue probabilmente. La frustrazione per quello che stava accadendo cresceva sempre di più, dentro di me. Ero forse incapace di difendermi da un delinquente qualsiasi?
Cercai di reagire, portando il pugnale in alto, sopra la sua testa, ma con un rapido colpo mi lasciò andare, spingendomi indietro e dandomi un calcio sulla mano, facendomi abbandonare l’unica arma su cui potessi contare. Digrignai i denti, più per la sconfitta che per la minaccia che volevo incutergli.
“Sei coraggioso, ma non puoi davvero essere così presuntuoso” la sua voce mi risuonava ormai nella mente, come un’eco intento a ledere la mia sicurezza ed aumentare la mia rabbia.
L’uomo si voltò, dandomi le spalle, sicuro che io non l’avrei attaccato. Rimase immobile per alcuni istanti, ed io sentivo il suo respiro così vicino. Le mie mani erano pronte ad avventarsi su di lui, eppure cercai di trattenermi per dimostrargli che aveva torto, che ero decisamente migliore di quanto potesse pensare. Respirai lentamente, contando i battiti del mio cuore, allentando la tensione. Lui se ne accorse e, anche se era decisamente improbabile, mi sembrò che anch’egli si sentisse più quieto.
“E’ una sfida quella che mi stai lanciando?” chiesi, stupito di quanto ferma fosse la mia volontà e sicura la mia voce.
“Ah, interessante! Spezziamo la monotonia di Havernorth con un po’ di sano divertimento” si voltò nuovamente verso di me, sfiorando con la mano guantata l’elsa della spada.
“Non conosci di certo la cortesia.” Ribattei, prendendo più confidenza con la situazione. Vidi una sottile incertezza nei suoi movimenti, ma svanì subito.
“Ah certo, intendi il mio nome. Se fossi disposto a dirtelo credi che me ne andrei in giro vestito a questo modo?” la sua domanda mi sembrò oltremodo ironica, dopotutto non ero come quegli stupidi che aveva umiliato da poco.
“Puoi chiamarmi Siegfreid (
3), è questo il nome con cui tutti mi conoscono. Di certo spero che tu voglia ripagarmi con la stesso moneta” sentii del sarcasmo in queste parole, ma cercai di contenermi.
“Il mio nome è Julien Garland (
4), cerca di ricordarlo” deglutii, ma la paura sembrava ormai svanire, sostituita da un’altra emozione, qualcosa che non sentivo più da tempo: rabbia.
“Lo farò, almeno fino al nostro prossimo incontro.” Profuse un inchino che mi parve esagerato, burlandosi di me.
“Credi davvero di essere imbattibile? Che nome di pessimo gusto” ormai nulla poteva più fermarmi. Cercavo di aizzarlo contro di me, preso da questo impeto inarrestabile. Stavo rischiando la vita, in maniera incosciente, eppure scoprii che non me ne importava affatto.
“Sta a te giudicarlo” esplose in un’altra risata e, senza aggiungere altro si allontano a passo veloce, sparendo nell’oscurità dei vicoli circostanti.
Rimasi immobile per minuti che a me parvero interminabili. Mi stavo mettendo in una situazione che non avrei potuto sostenere, di questo ero certo, eppure non ero preoccupato, non era importante. Dopo così tanto tempo ero animato da un sentimento, positivo o negativo che fosse, e questo fatto provava che, nonostante tutto quello che era accaduto, ero ancora vivo. Mi sentivo decisamente vivo ed era una sensazione indescrivibile. Mi sentivo in vena di cacciare e questo Siegfreid era la preda perfetta: un borioso ladruncolo fin troppo sicuro di se. Mi sfiorai il viso, tastando la ferita da cui fuoriusciva ancora sangue che scostai rapidamente, con un solo gesto della mia mano.
Mi riavviai verso la casa di Perelle, a grandi passi. La sicurezza che ormai provavo mi faceva rasentare la follia; se qualcuno avesse voluto derubarmi, non me ne sarei neppure accorto, tanto ero assorto nei miei pensieri, nelle mie macchinazioni. Ormai la mia mente aveva cominciato quel turbinio di idee che mi avrebbero definitivamente segnato e condotto alla mia attuale situazione.
Perelle mi stava attendendo sulla soglia di casa. Il suo viso sembrava sereno, ma nei suoi occhi potevo leggere apprensione e preoccupazione. Reggeva una coperta tra le mani, ed accorrendo verso di me, me la pose sulle spalle, cercando di ripararmi dal freddo sempre più crescente.
Entrammo in casa in silenzio. Aenid ci stava aspettando vicino all’ingresso, le mani congiunte in un atto simile a preghiera. Accorse a sua volta, appena mi vide, portando con se una candela.
“Santo cielo, che avete fatto?” chiese Perelle, chiudendo la porta con insolita forza ed osservando il rivolo di sangue che ancora mi colava sulla guancia. Evitai di rispondergli, voltandomi verso la nipote che mi fissava stupita. Mi levai di dosso la coperta, spingendomi oltre i corridoio e recandomi nel modesto salotto. Il camino era acceso. Non amavo molto il fuoco ma quell’inatteso tepore mi sembrava decisamente più invitante dell’umidità della mia stanza.
Il padrone di casa mi seguì, favorendomi una sedia e cercando di osservare meglio le mie condizioni. I miei capelli, di un biondo pallidissimo, erano tutti scompigliati, dandomi un aspetto ancora più malridotto rispetto a quanto realmente fossi. I miei vestiti erano sporchi di fango e, nonostante il pesante pastrano, anche i miei pantaloni erano umidi e imbrattati.
Aenid si avvicinò, sorreggendomi mentre mi faceva accomodare sulla seggiola. Perelle le porse un fazzoletto con il quale cominciò a tamponare la mia ferita.
“Cosa vi è successo?” la sua voce sembrava ansimante quanto il suo respiro. Sentivo il calore della sua mano riscaldami il viso. Chiusi gli occhi e per qualche secondo pensai di essere una persona diversa, ma quella sensazione durò solo qualche istante. Ero piuttosto reclutante a rispondere, ma pensai che forse quei due potevano fornirmi qualche informazione.
“Sono stato assalito da un ladro. Non preoccupatevi, ho solo qualche livido” risposi meccanicamente, senza dare tanta enfasi alle mie parole.
I due si guardarono preoccupati e calò il silenzio, per qualche istante.
“Che aspetto aveva questo malvivente?” chiese Perelle, sistemandosi gli occhiali sul piccolo naso e scandendo le parole in modo quasi ridicolo.
“Non posso dirlo con certezza, era buio ed è successo tutto molto velocemente. Ma so il suo nome” mi sentivo il sangue ribollire mentre richiamavo alla memoria gli avvenimenti di poco prima.
“Il suo nome?” il padrone di casa si allontano da me di qualche passo, facendo una sorta di maldestra piroetta e portandosi una mano sotto il mento, somigliando quasi a quelle statue greche di pensatori famosi.
“ Si, credo si chiami Siegfreid, o qualcosa di molto simile” pensai di essermi sbilanciato troppo. Il gioco valeva la candela ed io non volevo rinunciare.
Il volto di Perelle si oscurò all’improvviso e la mano di Aenid si allontanò dal mio viso di scatto, ed anch’ella si ritrasse di qualche passo, udendo quel nome. I suoi occhi fissarono i miei ed in un istante mi parve di vedere una cieca rabbia accendersi in lei.
“Vi prego di non ripetere più quel nome in questa casa”, fui richiamato dal tono di voce di Perelle, che divenne ostile e fermo. Sostenni lo sguardo per qualche istante, e poi mi azzardai a proseguire il discorso.
“Chi è questo Siegfreid? Ho un conto in sospeso con lui. Ditemi, Perelle, sapete dove posso trovarlo?” mi sporsi verso di lui, alzandomi dalla sedia.
“Lasciatelo perdere, nessuno lo sa e non dovete cercare guai.” Mi ammonì, nonostante non sentì astio nella sua risposta.
“Raccontatemi almeno ciò che sapete di lui.” Cercai di insistere.
“Lui non è un ladro…o meglio…” la sua mano si abbassò, adagiandosi sulla sedia accanto alla mia.
“ Si introduce in luoghi in cui non dovrebbe recarsi, ma non ruba nulla, sembra quasi che sia alla ricerca di qualcosa.” La sua voce sembrò quasi malinconica, soprattutto mentre posava lo sguardo sulla nipote che sembrava quasi spaventata da quella discussione.
“Siegfreid non è un comune criminale. Agisce secondo un disegno che nessuno riesce a comprendere. La sua mente è tanto logica quanto spaventosa.” Aenid mi prese alla sprovvista con quel intervento così repentino.
“Esiste una taglia piuttosto elevata sulla sua testa…credo ammonti ad almeno 2.200 sterline (
5).” Perelle sembrava essere poco interessato all’argomento, ma intuì che una cifra così cospicua doveva fargli gola.
Mi voltai verso Aenid, che sembrava fissare il pavimento, assorta in chissà quale pensiero. La vidi giocherellare con un bordo del consunto grembiule che indossava, sopra il medesimo vestito celeste che le avevo visto in giornata.
“Alcuni hanno cercato di catturarlo, inutilmente. Pare che sia molto abile nel seminare i propri inseguitori.” Vidi che nel pronunciare queste parole il suo sguardo si risollevava lentamente, per incontrare il mio. Forse credeva di farmi desistere, di spaventarmi, ma io ero ancora più intenzionato a sfidare quel codardo, con ogni mio mezzo. Quello sbruffone avrebbe avuto ciò che si meritava e sarei stato io a portarlo alla forca, fosse stata l’ultima cosa che avrei fatto.
Avevo un nuovo scopo, per quanto subdolo e malsano fosse, e questo mi bastava per continuare quella farsa, che io chiamavo vita.
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